Dove sta il Free Software Business?

Troppa gente pensa che Free/Libre software sia la soluzione a tanti problemi, incluso il problema del nanismo delle software house nostrane. Credo che inquadrare il problema in questi termini sia sbagliato e non può che portare a conclusioni imprecise.

Ne ho discusso tempo fa su questo blog con Simon Phipps.

Simon ricerca la definizione di FSB intorno allo sviluppo di software, concentrandosi sull’aspetto di comunità :

[FSB] è un’azienda il cui modello di business dipende fortemente sul software ‘open source’ ed è anche positivamente coinvolta nel circolo virtuoso della comunità  da cui il software è derivato.

Usando questa definizione è facilissimo escludere Amazon, meno banale è classificare Google. Google contribuisce allo sviluppo del kernel Linux e di grosse parti del progetto GNU, di python. In più finanzia la Google Summer of Code e tanti altri progetti e librerie come AJAX. Ma è sufficiente per dire che Google è una FSB?

Essendo una media company il suo modello di business non dipende tanto dalla licenza del software che usa internamente ma dalla quantità  di persone che usa i suoi servizi. Eppure è difficile immaginare Google senza i suoi cluster GNU/Linux. Il dubbio resta.

La mia definizione invece si basa sul fatto che il Software Libero è un principio etico incorporato da alcune licenze: chiunque riceve un programma deve ricevere il diritto di usarlo, studiarlo, modificarlo e distribuirlo. Il SL non è un modo per sviluppare software tramite una comunità , anche se spesso si formano attorno ad alcuni programmi di successo comunità  di utenti e sviluppatori. Secondo me è più corretto dire che FSB:

è un’azienda che accetta quotidianamente la sua responsabilità  sociale di raggiungere la libertà  nell’era digitale rispettando gli ideali contenuti nel Manifesto GNU.

Google rientra in questa definizione? No, basta fare il confronto: Piazza Tiananmen secondo Google Cina e la stessa ricerca secondo Google Italia. Anche Amazon resta esclusa. Però faccio subito notare che secondo questa definizione sono davvero poche le aziende includibili, al giorno d’oggi (ma posso dire che sono aumentate dal 2001).

Simon ha criticato la mia posizione dicendo l’argomento etico è soggettivo e richiede una certificazione di terzi per raggiungere l’oggettività . La critica è giusta ma anche un po’ debole: anche la sua definizione è soggettiva, visto che tramite quella Google non è immediatamente classificabile.

Paolo Bizzarri, in La guida del perfetto imprenditore di prodotti open source, porta alla luce problemi non banali, ma che sono in massima parte indipendenti dalla licenza del software. Per esempio, fa notare, giustamente che troppo spesso si sentono certi ‘appassionati di linux’ dimenticare che «sviluppare un prodotto un minimo complesso richiede soldi». E fin qui dico che non ci piove. Paolo però parte subito in quarta dicendo che dopo aver fatto un investimento di sviluppo l’azienda deve iniziare a vendere servizi. Ma l’errore grave nel suo ragionamento sta qui. Sarà  la fretta o il mezzo (un messaggio email), ma Paolo salta un passaggio: nessun imprenditore può pensare di poter investire nello sviluppo di un programma costoso senza prima un modello di business solido.

L’unico prinicipio che questo modello di business deve soddisfare è quello di rispettare i principi del Manifesto GNU: contribuire a che la società  (digitale) sia un posto migliore, in primis, e magari anche soddisfare i criteri di Simon, in secundis.

Se nel FSB manca la voce ‘vendita licenze’ dal capitolo ‘incassi’, non è una licenza proprietaria che risolve il problema del ripagare l’investimento. Mi ricordo per esempio a fine anni 90 un’azienda italiana che aveva sviluppato un editor HTML visivo con le funzioni di Dreamweaver e FrontPage 2 anni prima di questi. Ebbene, nonostante fosse un prodotto proprietario non ha avuto fortuna.

Il discorso di Paolo, comunque condivisibile, sembra essere indipendente dal modo con cui viene licenziato il software: se il prezzo dei servizi basati su SL dipende dal mercato, identicamente il prezzo delle licenze allo stesso modo la quantità  vendibile del prodotto dipende dal mercato.

Alfonso Fuggetta invece pone domande altre domande. Chiede:

  1. Se non ho ricavi da licenze, posso comunque creare una azienda che sia in grado di sviluppare e distribuire un prodotto software basandosi solo sulla vendita di servizi?
  2. Il fatto che esista il software open source, abilita delle opportunità  e dei modelli di business che altrimenti non ci sarebbero?

1) è ovvio che posso, ma la domanda è indipendente dal SL. È valida anche in altri casi, ovvero posso rifrasarla: è possibile immaginare (o ci sono esempi) di business basati programmi proprietari regalati e con ricavi dalla vendita di servizi? Certo che sì, mi pare banale: basta guardare Picasa o Real Player.

2) non credo ci sia letteratura scientifica che risolva questo dubbio. Ma il punto è chiedersi se con il sw proprietario, quello che non garantisce diritto di uso, studio, modifica e distribuzione senza alcun limite, è possibile garantire sviluppo globale e locale, partecipazione all’innovazione e creazione di valore. Il ragionamento è su due piani diversi e pare originare da incompresioni, magari influenzate da una letteratura molto poco scientifica. 

 Mi riprometto di tornare sul tema FSB presto, per chiarire meglio i tanti punti ancora oscuri sollevati dai post sul blog di Alfonso.