Ritorno dal convegno "Open Source come modello di business"

Ieri ho partecipato alla tavola rotonda dopo il convegno Open Source come modello di business da cui sono rientrato poco impressionato: mi sembrava tutto troppo 1.0, già  visto. Non mi hanno impressionato le ricerche presentate da un dottorando di ingegneria, I modelli manageriali dei progetti Open Source e Qualità  e costi del software Open Source. Non so perché, ma davo per scontato che fossero noti i lavori di Rossi e Bonaccorsi (2002), Daffara (COSPA, FLOSSMETRICS), IDABC, UNU-Merit, ecc che “Open Source” non è legato ad un solo modo (distribuito) di sviluppare software, che i repository di SourceForge contengono pochi progetti attivi ed economicamente significativi, che la qualità  del codice è mediamente alta (ma che non ci sono termini di paragone con la qualità  del codice proprietario, essendo questo invisibile) e altro … Pensavo di sentire qualcosa di nuovo almeno dagli USA, invece il professor Anthony I. Wasserman (Executive Director of the Center for Open Source Investigation, Carnegie Mellon West) si è limitato ad un’introduzione generica al tema. Interessante l’intervento di Massimiliano Magi Spinetti di ABI Lab, sui risultati dell’analisi domanda e offerta nel settore bancario. È stato un convegno introduttivo al tema, speriamo che la Fondazione Politecnico ne organizzi presto una nuova edizione con nuovi contenuti. Evidentemente c’è ancora molta comunicazione da fare.

Nel mio breve intervento alla tavola rotonda ho provato a spiegare che il Software Libero o Open Source non è un settore distaccato, non è un mercato diverso. Il settore è lo stesso, quello dello sviluppo software e le regole del business rimangono tutte valide. La differenza la fanno solo le licenze, gli strumenti legali che concedono diritti di uso, studio, modifica e distribuzione ai clienti. Punto. Open Source non è un modello di business ma è una leva strategica a disposizione del management, sia di chi compra che di vende software o servizi. E ho aggiunto che è una leva imprescindibile: nel settore è in atto una disruption, uno sconvolgimento degli equilibri stabiliti destinato a buttare fuori dal mercato tutti gli incumbent (e i fallimenti di Silicon Graphics e SCO o le nuove strategie di IBM e Sun lo dimostrano). Un caso da manuale di innovazione radicale con cui tutti gli attori, domanda e offerta, devono confrontarsi senza esclusione.

Disruptive technology

Per questo alla domanda “cosa possono fare le aziende italiane? L’Open Source può aiutarle?” non potevo che far notare che il FLOSS va valutato obbligatoriamente anche per le aziende italiane, se vogliono sperare di continuare ad esistere. D’accordo con il prof. Fuggetta: molte opportunità  esistono nei sistemi embedded, tutti i sistemi di automazione meccanica, automotive, negli elettrodomestici. Solo con il FLOSS si può sperare di restare sulla curva dell’innovazione e mantenere la speranza di non essere buttati fuori dal mercato.

Update: Andrea Genovese su 7thfloor dà  una visione più ampia del convegno in generale.