La sottile voglia di regime che attanaglia l’Italia

Leggendo i vari commenti degli editorialisti italiani sulla sentenza contro Google colgo solo una gran voglia di regime. Non ho letto da nessuna parte che i ragazzini che hanno pubblicato i video ignobili sono già stati puniti e chissà se hanno imparato la lezione (suggerimento per un servizio da fare). Però tutti i difensori della sentenza invece si accaniscono a chiedere regole! Internet non può essere un far west. Bisogna prendersi la responsabilità di ciò che si dice. Ma si dimenticano che ce ne sono già abbastanza di regole in questo paese e non passa giorno senza una nuova proposta di legge?

Non ho più pazienza per provare a spiegare perché questa sentenza è indifendibile (e comunque lo stanno facendo tanti e molto bene). Ai vogliosi di regime mi vien voglia di rispondere con le incomprensibili parole dell’immortale Pasquale Ametrano:

Il Corriere della Sera attacca ancora Google

Torna Mucchetti, il giornalista castiga-google del Corriere della Sera, che mischia notizie con un articolo che parte dalla relazione del AGCom per tornare a chiedere  di castigare Google. Il problema sarebbe che Google fattura per pubblicità più delle concessionarie degli editori più forti ma questa quota di raccolta pubblicitaria non sarebbe inclusa nel calcolo della vituperata legge Gasparri.

Questo passaggio è interessante:

La filiale italiana, Google Italy, dichiara ricavi inferiori ai 20 milioni per lo più derivanti da servizi resi a Google Ireland […]

Strano questo accanimento: Microsoft fa la stessa cosa da sempre, ma siccome è tra i maggiori clienti per pubblicità su RCS, non è mai stata attaccata. Google invece appare come un concorrente, quindi Mucchetti gli dà addosso. I fatti però non sono altrettanto chiari:

La Guardia di Finanza di Milano aveva ipotizzato l’evasione fiscale partendo da indagini secondo le quali Google Italy rappresenterebbe una stabile organizzazione della multinazionale in Italia e non solo un punto di appoggio. Il pm Carlo Nocerino non ha condiviso l’impostazione, e ha chiesto l’archiviazione.

La parte che mi dà fastidio è alla fine dell’editoriale:

Sul terreno della fiscalità e della regolazione globale si profila il conflitto con l’America di Barack Obama. La Casa Bianca è schierata senza se e senza ma a difesa degli interessi dei colossi dell’online. Tra i primi atti di Obama c’è la sostituzione del presidente della Fcc, l’Agcom americana, con Julius Genachowski, un partigiano della net neutrality, ostile a qualsiasi discriminazione nella veicolazione dei contenuti sulla banda larga da parte delle compagnie di telecomunicazioni che pure vi dovrebbero investire montagne di denaro.

A me pare che dica: il modello di business di RCS è messo in difficoltà dalla libertà della rete, per cui è meglio pensare di introdurre pali e paletti vari affinché si possa continuare a tenere in piedi questo antico dinosauro alla faccia dell’innovazione e della natura libera di Internet. Obama, tieni duro.

Google, il grande editore che non c’è – Corriere della Sera.

Condannate Google (e l’Italia con essa)

Leggo con raccapriccio sul Corriere di oggi la felicità di Massimo Mucchetti nel chiedere che Google venga condannata dai giudici di Milano con (cito):

una sentenza che potrebbe […] costringere il re della rete, Google, a correggere il suo modello di business aperto e, oggi, irresponsabile.

per la vicenda del video con protagonisti dei piccoli delinquenti che inveiscono su un giovane handicappato a scuola. Mucchetti ragiona pensando alla legge italiana e sostiene che Google Video è come un qualsiasi giornale, tv o anche in un sito web registrato al tribunale. Per questi la responsabilità di ciò che è pubblicato è in capo sia all’autore che all’editore. Secondo Mucchetti Google è l’editore di YouTube e Google Video e dovrebbe essere co-responsabile, verificando e filtrando tutti i video pubblicati: ci guadagnerà meno ma, dice Mucchetti, pazienza.

Chiedere la condanna di Google per questa vicenda mi pare davvero il classico spararsi su un piede, per tutto il paese.  Secondo Mucchetti  i responsabili di Google dovrebbero andare in galera per aver messo a disposizione uno spazio libero su cui chiunque può esprimersi? Uno spazio che ha un pubblico ampio, senza rischi di censure preventive e senza riempire carte bollate per registrarsi ad un inutile tribunale? Vogliamo condannare Google per aver immaginato un’Italia in cui ognuno si prende la sua responsabilità personale per ciò che dice?

Io a questo gioco non voglio partecipare. In questo paese gli spazi liberi dove esprimersi sono ogni giorno ridotti e le responsabilità personali sono sempre scansate: la colpa è sempre di altri, della società, della chiesa, della mancanza di valori, delle famiglie, della scuola … Non di quegli stupidi studenti (che, peraltro, sono già stati puniti). Da noi ci sono altre regole, figlie dell’impostazione fascista che impone il controllo del tribunale e del governo a tutta la stampa, internet inclusa. Se la legge porta a una condanna di Google, la legge è da cambiare.

Nell’Italia delle manifestazioni a favore della libertà di stampa, l’Italia dei monopoli televisivi, delle migliaia di restrizioni alla libertà personale mi tocca guardare attonito al sorgere del tifo affinché venga limitato uno dei pochi spazi liberi con un pubblico ampio rimasto in Italia. Siamo proprio un paese di masochisti.