The quest for strategies to monetize free software

I’ve discussed recently with a friend of mine photographer, illustrator and animator about the status of GIMP, Inkscape and Blender. The good news is that professionals increasingly know about these free software tools, which is already a great step forward compared to the past years. Pierpaolo acknowledged how powerful all of them are but also noticed how different they are all from other similar software in the same field. It occurred to me that while other desktop tools like Open/LibreOffice have ways to raise money to finance the development of new features, improve the user experience and interface, etc Gimp and Inkscape are primarily developed by volunteers (Blender’s development is financed by the non profit Blender Foundation through grants and donations). This whole led me to think again about how hard it is for free software projects to invest time and energy in refactoring the GUI when there are so many cooler things to add to the core functions of the software (think of the eternal complaint about quadricromy support in GIMP). Would these be interested in improving their UI if they had more money available or if they had actual ‘customers’ instead of users?

When I was thinking about all this I learned that Sourceforge released a new program to fund development of free/open source software with a revenue sharing program called DevShare. Reading the press release, DevShare offers free software developers the option to bundle extra software with their downloads and share revenues with SourceForge. When a user downloads FileZilla for example, she’s offered the option to install also another piece of software with FileZilla. SourceForge is not the first site to offer bundled downloads but it does it with a better approach, avoiding traps. They looked at best practice policies to avoid confusing end-users with misleading installation flows and promises to provide clear documentation and procedures to uninstall undesired applications.

The revenue sharing with the developers is what is most interesting to me: developers who voluntarily decided to join similar programs are often required to spend time integrating their applications with third party installers, and have limited control over what and how that’s offered to their end-users. SourceForge’s program on the other hand seems to be very open and transparent towards the developers. I’ll be following the evolution of the program, hoping that free lance open source developers find motivation.

Why is Asus selling bad customer experience?

When I read that Asus announced to ship three new models of its Eee PC with Ubuntu I was excited. Then I went on to read the full announcement and I found out ath

NETBOOK INNOVATOR Asustek has announced that it will ship three models of its Eee PC with Ubuntu 10.10 preinstalled.

It will ship Ubuntu’s older version, 10.10 while now we are at 11.04. So the first thing that Asus customers will see when they boot the machine and connect it to the internet is a cute screen that says “There is a new version of your operating system. Do you want to upgrade?” What? I just spent $ for this new system and it’s obsolete? And it’s not going to be a simple system update or a ‘service pack’: it’s a whole new version of the OS, different GUI and more.

If they’re selling these machines at the Ubuntu (or general GNU/Linux) fans there is no problems as we’re used to fast upgrades. But if Ubuntu and Asus are aiming at Windows users, as it seems, I think they have to make an effort not to welcome their new customers with a message that can be read as:

Welcome! You just bought an obsolete system!

That’s poor customer experience.

via Asus will preload ubuntu linux on three eee pcs- The Inquirer.

Orrido olezzo emana dall’Italia

Troppo facile fare giochi di parole sulla vicenda Profumo, ma davvero è il caso di dire che qui qualcosa puzza. E si sente fino a qui!  Ma come, Profumo ha tirat su una delle più importanti banche del mondo, un colosso che può aiutare tutta la grande industria italiana rimasta ad internazionalizzarsi e che mi fanno sti mutandari leghisti? Me lo trombano? e per cosa, poi? La scusa dei libici pare solo una scusa, è evidente.

Secondo Giavazzi siamo alle solite: i politici vogliono tenere le mani in tutta la pasta, e la spiegazione mi suona come reale (e terribile –il commento del sindaco di Verona è un pugno allo stomaco e questo post ha altri link interessanti). Ho raccolto i fatti leggendo la stampa estera (i ‘comunisti’ dell’Economist, Bloomberg e Reuters) che tanto di quella italiana non c’è di che fidarsi.

Infatti questa vicenda raccoglie e amplifica tutti i mali italiani: i partiti che vogliono controllare ogni aspetto della società e i giornali che perdono di vista i fatti e falliscono nel loro scopo di informare. Luca Sofri fa un po’ di dietrologia guardando all’andamento delle azioni Unicredit influenzato dai titoli del Corriere, che ha dato in anticipo notizie non confermate. Sarà pure che soci RCS sono anche soci del Corriere, e qualcuno avrà messo pure qualche milioncino da parte. Ma non mi pare sia questo il ‘vero’ caso Unicredit.

La sostanza mi pare sia invece la possibilità che un sindaco di un paesello italiano sia in grado di tirare giù il CEO della più grande banca europea. Se così fosse, che futuro volete che abbia il Paese se un politichello di bassa lega può raggiungere un obiettivo del genere? Ma pensiamo veramente che il distretto delle mutande/calze/sedie del veronese sia un patrimonio di così alto valore da meritare questo sacrificio?

Perché fatico a decidere chi votare

Negli ultimi 15 anni ho sempre sentito parlare di tutela del lavoro ma intorno a me vedevo solo 50enni col ‘posto fisso’ e 30enni sempre in cerca. Con gli stipendi dei miei coetanei ridotti a livelli infimi e le prospettive di ricchezzapraticamente annullate, ho maturato un sentimento avverso alle posizioni antiche dei sindacati e di tutta la sinistra italiana. Come si fa a prentedere di mantenere posizioni insostenibili per la società quando ormai si è divisi tra un 20% di super-privilegiati mai-licenziabili e un 80% di poveracci? In un articolo di Lavoce.info si intuisce come lo sciopero di venerdì scorso fosse una manifestazione antica e fuori dalla realtà:

il problema del mercato del lavoro italiano non è nella tutela processuale del lavoratore ma in quella sostanziale. E per tutela sostanziale intendiamo una tutela che si estenda ai periodi di disoccupazione e ai moltissimi lavoratori che oggi non sono affatto tutelati dalle leggi sui licenziamenti.

Peccato che il dibattito politico sia radicalizzato e ridotto a insulti: ci sarebbe tanto da fare. Via Lavoce.info – ARTICOLI – TUTELIAMO IL REDDITO, NON IL POSTO FISSO.

Perché ristabilire il senso di comunità porta al successo

Ho tenuto oggi una lezione di tre ore al Social Media Lab dello IULM dal titolo Etica della società digitale, ovvero perché ristabilire il senso di comunità porta al successo. Oggi ho avuto la conferma che il software libero ormai non è un concetto astratto. Praticamente tutti gli studenti (delle facoltà di Lingue, Turismo, Marketing e Comunicazione) usano regolarmente Firefox, conoscono OpenOffice.org, sanno che WordPress è software libero. Quindi, diversamente da qualche anno fa, non occorre più convincere nessuno della bontà del software libero o della sua fattibilità, della sua sostenibilità economica. Oggi penso di aver fatto bene a concentrarmi sullo spiegare perché il software libero è un elemento fondamentale nella società digitale.

Durante la prima ora ho spiegato i fondamentali e la storia del software libero. Per portare i principi di Stallman all’atto pratico ho usato le metafore di Lessig illustrate in Code is law.  La prima parte della lezione si conclude quindi con l’affermazione che nell’attuale era dell’informazione e per una società digitale libera il potere del codice software va bilanciato con la responsabilità morale del programmatore, ovvero con le quattro libertà di Stallman.

La seconda parte invece mi è servita a dimostrare che essere etici non vuol dire fare beneficenza e rimanere poveri. Ho usato due tipi di esempi, in negativo e in positivo. Gli esempi negativi sono i comportamenti di aziende o interi gruppi che, perdendo la bussola etica e perdendo il senso di appartenenza ad una comunità hanno portato alla recessione. Gli esempi positivi sono quelli di aziende che hanno mantenuto invece un forte senso di comunità e continuano a mietere successi. Non ho potuto fare a meno di citare Funambol in questo caso: adoro il principio Don’t upsell to your community. A chi si stupisce perché ho messo Google tra i buoni rispondo che secondo me Big G finora ha dimostrato un forte senso di responsabilità; ad esempio, qualcuno vede Facebook partecipare a qualcosa tipo dataportability? Quindi, ricapitolando, se il software libero è il modo per tenere una solida etica nella società digitale e mantenere il senso di comunità, e le aziende che hanno alti standard morali e forte senso di comunità solido hanno successo, allora il software libero è un pezzo importante per il successo.

Nella terza ora abbiamo discusso insieme questo caso di studio da HBR, un’azienda che deve decidere se e come rilasciare il suo programma con una licenza libera. La discussione è stata bellissima con spunti davvero intelligenti da parte della classe.

Le slide sono qui sotto. Mi sono divertito tantissimo e non vedo l’ora di poter ripetere questa lezione da un’altra parte: accetto inviti 🙂

Cross-platform and interoperability is the key

When it comes to connecting people, the first thing you need to do is use the same language.’  That doesn’t mean force everybody to use your language, because that’s what dictators do (and dictators are wiped out by history). To connect people you have to adapt to people’s language, eventually learning many of them.

This post describes a user experience with new services launched by Nokia and he highlights the major issue I have seen with most, if not all, of the services offered by the big guys:

Nokia Chat I can appreciate because it’s cool new tech — but unless it’s going to support those cool features on a wide range of devices, including non-Nokia ones, it’s pretty pointless for me.

That’s hitting the nail on the head: how can somebody design a chat system that is not interoperable with the rest of the world? It’s the abc of networked economies. Like the fax machine or the telephone itself, more users more (squared) value.

Thinking that everybody will want to buy a Nokia (or Samsung or iPhone or you-name-it) to be able to chat with other that have the same system is arrogant, to say the least. Nonetheless, it’s a mistake that many incumbents are making and one that Funambol is trying hard to avoid. By releasing clients for all platforms Funambol demonstrates that it believes in cross-platform, open standards and interoperability.

Wengo stopped developing wengophone

Some disappointing news today: Wengo stopped developing Wengophone, the VoIP SIP and XMPP/Jabber multiplatform client.’ ’  They announced it in the developer’s mailing list.

Update: the’ development of OpenWengo software has been taken over’ by an experienced Wengo programmer.

I wonder why Google isn’t contributing its gtalk code to free software projects like Kopete, Gaim or Adium: they use an open standard (XMPP) and they should have all interests to increase their user base.’  My quest for a free software alternative to Skype continues.

Bruce Schneier on Wired: ‘Security’ Is Code for ‘Control’

I couldn’t agree less with Schneier’s post on Wired: lock-in is bad for users.’  I liked this sentence that explains well how I’m feeling now after having used a Mac for 2 weeks (I promise, I’ll write a long post about this experience in the next days):

With enough lock-in, a company can protect its market share even as it reduces customer service, raises prices, refuses to innovate and otherwise abuses its customer base. It should be no surprise that this sounds like pretty much every experience you’ve had with IT companies

Read the rest of it on With iPhone, ‘Security’ Is Code for ‘Control’

Nokia goes for Trolltech

Now, this is surprising: Nokia acquired Trolltech, makers of toolkit QT, GTK’s competitor. What surprises me is that Nokia is using GTK on its tablet products (the 770, N800 and N810). So now Nokia has a stake in many platforms: its own flavour of Symbian for its cell phones, GTK/Gnome on the internet tablets and now QT… for what? It’s hard to guess. Is Nokia interested in QTopia, the platform used in embedded devices, including the dead sold out Trolltech Greenphone?