Ha ragione Marchionne

Ha ragione Marchionne: il giornalista de Il Fatto ha fatto una domanda sciocca e superficiale (a voler pensare bene, perché a pensar male si direbbe una domanda pretestuosa fatta per creare polemica). Lo sanno tutti che i lavoratori cinesi hanno stipendi molto più bassi di quelli europei, che senso ha quindi chiedere “quanto guadagna un operaio FIAT nella nuova fabbrica?” E questo sarebbe giornalismo, chiedere al CEO dell’azienda un’informazione che è facilmente reperibile in altro modo invece di usare l’occasione per chiedere cose che non sono disponibili? Io lettore so già che i lavoratori cinesi costano meno. Mi interessa sapere cosa pensa di fare FIAT in Cina, che vantaggi porta a me che leggo il giornale, cosa mi devo aspettare per l’Italia da questa nuova fabbrica, come sarà organizzata la fabbrica, quanta automazione ci sarà, che tipo di innovazione pensa di portare in Italia da lì.

In cambio di un po’ di polemica l’inviato in Cina ha sprecato l’occasione per chiedere a Marchionne cose che solo lui ci può dire.

Comunque forse Marchionne avrebbe fatto meglio a rispondere che l’operaio cinese FIAT guadagna quanto gli altri operai cinesi. E sarebbe morta lì. Ora vado a leggere i commenti sul Wall Street Journal, dove i giornalisti sanno fare le domande.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/29/fiat-sbarca-in-cina-quanto-guadagna-un-operaio-li-marchionne-non-lo-so/279227/

Chiediamo ancora dove sono finiti i 10 milioni

Dove sono i 10 milioniPure quest’anno la stessa domanda posta a fine 2007 all’allora ministro Nicoloais, anche se cambia il nome del ministro: Ministro Brunetta dove e come sono stati investiti gli ultimi 10 milioni per l’innovazione?

La Finanziaria 2007 ai Commi 892 e 895 (di seguito allegati) prevedeva 10 milioni di euro per tre anni (2008, 2009, 2010) per il sostegno agli investimenti per l’innovazione negli enti locali con priorità a chi utilizza o sviluppa applicazioni software a codice aperto.

I primi 20 milioni sono stati spesi così.

via Dove sono finiti gli ultimi 10 milioni di euro? – Wired.it.

Investire in politica conviene coi rimborsi elettorali

Bello leggere dati e numeri. Su Noise From Amerika c’è una bella analisi della legge sui “rimborsi” elettorali che rimborsi non sono (nemmeno secondo la Corte dei Conti). Ma i partiti, tutti, nessuno escluso, se ne fregano e hanno fottuto agli italiani dal 1993 ad oggi 2.254 Milioni di euro!

Che di rimborso non si tratta lo dice la Corte dei Conti. Guarda che ROI:

Pensate che 100 euro investiti da Rifondazione Comunista nella campagna elettorale del 2006 sono diventati 2.135 euro. […] Per le elezioni del 2008 il record, invece, spetta alla Lega Nord: le spese accertate dalla Corte dei Conti sono state di 2 milioni e 940 mila euro e i voti ottenuti hanno dato al Carroccio il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione 8 milioni e 277 mila euro all’anno per cinque anni. In totale 41 milioni 385 mila euro. Dunque 100 euro investiti dalla Lega nella campagna elettorale del 2008 sono diventati 1.408 euro. Per quanto riguarda i due partiti (per ora) maggiori, il PDL e il PD, la Corte dei Conti ha certificato che per le elezioni del 2008 il primo ha speso 54 milioni e ne incasserà 206 mentre il secondo dopo averne speso 18 ne incasserà 180.

Ma è questo commento che mette tutto in prospettiva:

La somma del contributo pubblico, solo per questi due partiti, fa 382 milioni: più del doppio del gettito 2008 dell’ imposta sul gioco del Totocalcio e dell’Enalotto (179 milioni. Fonte ISTAT , analisi delle imposte indirette, tavola 18).

Ciò detto, conviene andare di nuovo al voto? via noiseFromAmeriKa : Rimborsi elettorali? No, grazie!.

Orrido olezzo emana dall’Italia

Troppo facile fare giochi di parole sulla vicenda Profumo, ma davvero è il caso di dire che qui qualcosa puzza. E si sente fino a qui!  Ma come, Profumo ha tirat su una delle più importanti banche del mondo, un colosso che può aiutare tutta la grande industria italiana rimasta ad internazionalizzarsi e che mi fanno sti mutandari leghisti? Me lo trombano? e per cosa, poi? La scusa dei libici pare solo una scusa, è evidente.

Secondo Giavazzi siamo alle solite: i politici vogliono tenere le mani in tutta la pasta, e la spiegazione mi suona come reale (e terribile –il commento del sindaco di Verona è un pugno allo stomaco e questo post ha altri link interessanti). Ho raccolto i fatti leggendo la stampa estera (i ‘comunisti’ dell’Economist, Bloomberg e Reuters) che tanto di quella italiana non c’è di che fidarsi.

Infatti questa vicenda raccoglie e amplifica tutti i mali italiani: i partiti che vogliono controllare ogni aspetto della società e i giornali che perdono di vista i fatti e falliscono nel loro scopo di informare. Luca Sofri fa un po’ di dietrologia guardando all’andamento delle azioni Unicredit influenzato dai titoli del Corriere, che ha dato in anticipo notizie non confermate. Sarà pure che soci RCS sono anche soci del Corriere, e qualcuno avrà messo pure qualche milioncino da parte. Ma non mi pare sia questo il ‘vero’ caso Unicredit.

La sostanza mi pare sia invece la possibilità che un sindaco di un paesello italiano sia in grado di tirare giù il CEO della più grande banca europea. Se così fosse, che futuro volete che abbia il Paese se un politichello di bassa lega può raggiungere un obiettivo del genere? Ma pensiamo veramente che il distretto delle mutande/calze/sedie del veronese sia un patrimonio di così alto valore da meritare questo sacrificio?

Parliamo e non ci capiamo: produttività per esempio.

Un esempio da manuale di come in Italia si urla troppo e si è persa la sana abitudine di capire. Ne

Noi dicevamo “il problema è la produttivita’ che non cresce da 15 anni, bisogna fa crescere la produttivita'”, loro (a sinistra, ndr) capivano “il problema è la produttività che non cresce da 15 anni, bisogna spremere i lavoratori.”

Da leggere su noiseFromAmeriKa : La produttività: un esempio..

Una splendida sintesi della situazione italiana

Quanta verità in poche parole:

Chi sono allora, questi di nFA? Cani sciolti. Schegge impazzite. Variabili non controllabili. Gente difficile da predire, pronta a dar botte a destra e a manca. Ecco, la nostra impressione è che è stata in buona misura questo aspetto a generare diffidenza e limitare la volontà di dibattere con noi. La forma usuale in cui si svolge il dibattito politico italiano è quello dello scambio di accuse reciproco basato sulla reazione epidermica identitaria, un dibattito che soprattutto in politica economica tende a oscurare l’impressionante similarità delle pratiche effettive di governo nei due schieramenti, oltre che la comune povertà dell’elaborazione teorica. Non essendo noi facilmente incasellabili, questo stile di dibattito ovviamente era precluso. Che restava? Restava, abbiamo scoperto, il niente.

via noiseFromAmeriKa : La presentazione del libro a Trento: chi c’è e chi non c’è.

Un modo per risolvere il pasticcio elezioni e andare avanti

Nessuno è infallibile, quindi bisogna aspettarsi sbagli ed errori. L’importante non è non sbagliare, ma  ammettere lo sbaglio, chiedere scusa se si è danneggiato qualcuno o qualcosa e correggere i propri comportamenti in modo da non ripetere l’errore. Di errori in questa bagarre elettorale ne han fatti molti. Mi sono divertito a scrivere una lettera di scuse da parte dei partiti che sono arrivati tardi in tribunale. Secondo me, se gli italiani sentissero l’ammissione dello sbaglio, le scuse e la promessa di non ripetere più l’errore potremmo finire qui la questione e andare avanti. Che ne pensate?

carissimi concittadini

abbiamo creato un pasticcio presentando le liste elettorali all’ultimo minuto. Nonostante sapessimo che la scadenza dei termini fosse vicina, abbiamo sottovalutato la complessità dello sforzo e abbiamo rischiato di danneggiare l’esercizio democratico del diritto di voto a milioni di cittadini. Gli organi del partito sono stati maldestri e ci scusiamo per questo. La nostra leggerezza ha costretto il governo a redarre un provvedimento d’urgenza e a far intervenire il Presidente della Repubblica in una questione che è solo frutto della nostra imprecisione. Ce ne dispiace.

Ci scusiamo con tutti gli italiani per aver dovuto far ricorso al decreto legge, ci scusiamo per aver dovuto cambiare le regole di accesso alle elezioni. Sappiate che l’abbiamo fatto solo per non privare ad una larga fetta di cittadini il diritto di votare per il loro partito.

Abbiamo imparato la lezione e promettiamo di non ridurci mai più a consegnare le liste l’ultimo giorno all’ultima ora possibile.

Vogliamo anche scusarci con gli italiani che ogni giorno si scontrano con la burocrazia inflessibile: promettiamo che nel prosieguo della legislatura lavoreremo per rendere automatici, snelli e semplici i procedimenti burocratici, continuando l’opera iniziata dalla legge Bassanini.

Con l’augurio che l’Italia possa andare al voto iniziando al più presto a parlare di programmi, porgiamo distinti saluti.

Come vincere la burocrazia italiana

In realtà il titolo è ottimistico: con la burocrazia non si vince mai, al massimo si pareggia. Negli ultimi mesi ho avuto modo di frequentare alcune pubbliche amministrazioni italiane e ho ricavato delle lezioni importanti su come ottenere ciò di cui si ha bisogno. Serve, in sintesi, sviluppare empatia e azzerare la fretta.

È necessario allenarsi ad essere empatici con i burocrati, non è facile. Ho usato un trucco per togliermi l’immagine dell’impiegato pubblico fannullone che “non fa niente”. Ho iniziato invece a pensare, più correttamente, che i burocrati “fanno cose poco utili per i cittadini”.  In effetti la maggior parte di questi lavorano molto, compiendo operazioni largamente inutili, derivate da norme e abitudini antiche e bizantinismi formali. Chi ha presente come funzionano oggi, nel 2010 gli archivi di stato civile e il tribunale avrà un’idea di cosa intendo per bizantinismi.

Con questa diversa percezione, una volta entrato in un comune qualsiasi ci si accorge accorgerai di quanto tristi siano questi ambienti sono. Qualsiasi dettaglio mi faceva pensare che pure io avrei avuto difficoltà a prestare attenzione ad un cliente in stanze così grigie, mal arredate, con mobili e carte ammucchiate senza decoro. Se volete capire a cosa mi riferisco fate un giro nei corridoi al piano terra del tribunale di Milano, da via Freguglia: uno dei posti più orribili in assoluto nel mondo.

Di fronte al burocrate per la prima volta bisogna prepararsi a non avere successo al primo colpo e ad essere respinto in modo sbrigativo. Il problema più grave in Italia è che se non si è già esperti della procedura si rischia di essere allontanati dallo sportello svariate volte prima di avere tutta la documentazione completa. I bizantinismi sono troppi ormai troppi e nessuno sa come uscire dal guano. Il trucco per ridurre il numero di fallimenti è farsi spiegare tutto subito dal burocrate. Si deve evitare il confronto, mai perdere la calma e ricordardsi che loro non sono al servizio del cittadino (checché  ne dicano i vari buffoni della corte della semplificazione). Al primo segno di ‘non si può fare’ conviene sospirare e dire qualcosa che faccia capire all’impiegato che capisci il suo inferno. Per esempio, funziona bene mandare il messaggio che tu, magari ultra-laureato ed esperto di ultratecnologie, di fronte alla burocrazia sei incompetente e hai bisogno del burocrate. Fa capire al burocrate che lui ha il potere e tu sei il povero cittadino ignorante che ha bisogno del suo aiuto.

Compiuto questo passo, bisogna convincerlo di essere degni del suo aiuto. Consiglio di cercare il contatto umano ad ogni costo: se noti foto di figli/nipoti/luoghi, libri, cibo, un accento particolare … qualunque cosa vale per fargli capire che tu sei come lui/lei, un suddito di un potere più grande costretto a lavorare tutti i giorni per campare. Se riesci anche in questo allora è fatta, tu e il burocrate avete lo stesso obiettivo: superare un ostacolo piccolo per poter andare avanti e far passare un altro giorno. A questo punto ti aiuterà a capire l’arcaico suo mondo bizantino e, se va bene, farà anche del lavoro per te: comparirà una macchina fotocopiatrice che (miracolo) funziona, ti venderà marche da bollo se non le avevi, ti segnalerà gli ulteriori passaggi da compiere, ti darà un numero di telefono diretto dove (miracolo) rispondono e cose simili.

Bisogna annullare la fretta perché la fretta genera impazienza e se il burocrate percepisce l’impazienza si rompe l’empatia: è lui quello condannato a mettere timbri, non tu che vivi nel bel mondo fatto di sedie comode, uffici puliti e ordine. Se diventi impaziente, tu perdi.

Al culmine dell’allenamento durato oltre 4 mesi, sono riuscito a comprimere nel tempo di valore olimpico di due soli giorni una procedura che il burocrate inizialmente diceva prendere 5/6 mesi, e che al massimo potevo sperare di  sollecitare per ‘urgenza’ dopo 30 giorni. Alla fine questo semplice esercizio di empatia e zero-fretta mi è servito: sono soddisfatto di aver vinto pareggiato anche se solo all’ultimo minuto con un gol di mano, in evidente fuorigioco e scaturito da punizione inesistente.

Condannate Google (e l’Italia con essa)

Leggo con raccapriccio sul Corriere di oggi la felicità di Massimo Mucchetti nel chiedere che Google venga condannata dai giudici di Milano con (cito):

una sentenza che potrebbe […] costringere il re della rete, Google, a correggere il suo modello di business aperto e, oggi, irresponsabile.

per la vicenda del video con protagonisti dei piccoli delinquenti che inveiscono su un giovane handicappato a scuola. Mucchetti ragiona pensando alla legge italiana e sostiene che Google Video è come un qualsiasi giornale, tv o anche in un sito web registrato al tribunale. Per questi la responsabilità di ciò che è pubblicato è in capo sia all’autore che all’editore. Secondo Mucchetti Google è l’editore di YouTube e Google Video e dovrebbe essere co-responsabile, verificando e filtrando tutti i video pubblicati: ci guadagnerà meno ma, dice Mucchetti, pazienza.

Chiedere la condanna di Google per questa vicenda mi pare davvero il classico spararsi su un piede, per tutto il paese.  Secondo Mucchetti  i responsabili di Google dovrebbero andare in galera per aver messo a disposizione uno spazio libero su cui chiunque può esprimersi? Uno spazio che ha un pubblico ampio, senza rischi di censure preventive e senza riempire carte bollate per registrarsi ad un inutile tribunale? Vogliamo condannare Google per aver immaginato un’Italia in cui ognuno si prende la sua responsabilità personale per ciò che dice?

Io a questo gioco non voglio partecipare. In questo paese gli spazi liberi dove esprimersi sono ogni giorno ridotti e le responsabilità personali sono sempre scansate: la colpa è sempre di altri, della società, della chiesa, della mancanza di valori, delle famiglie, della scuola … Non di quegli stupidi studenti (che, peraltro, sono già stati puniti). Da noi ci sono altre regole, figlie dell’impostazione fascista che impone il controllo del tribunale e del governo a tutta la stampa, internet inclusa. Se la legge porta a una condanna di Google, la legge è da cambiare.

Nell’Italia delle manifestazioni a favore della libertà di stampa, l’Italia dei monopoli televisivi, delle migliaia di restrizioni alla libertà personale mi tocca guardare attonito al sorgere del tifo affinché venga limitato uno dei pochi spazi liberi con un pubblico ampio rimasto in Italia. Siamo proprio un paese di masochisti.

Iniziativa di Assoli: vota per il software libero!

Non ho mai seguito così poco come quest’anno le diatribe politiche italiche. Paradossalmente ne so più dei programmi di Obama, Clinton e McCain che di Veltroni, Berlusconi e compagnia cantante.

Segnalo comunque l’iniziativa dell’Associazione Software Libero per contare quanti elettori considerano favorevolmente l’impegno per il software libero nel momento di scegliere dove mettere la croce sulla scheda elettorale.

vota per il software libero! (banner)

voglio aderire all’iniziativa – vota per il software libero!